Sua Maestà il Tartufo

Quando le nebbie dell'autunno confondono i contorni delle colline ed il freddo diventa via via più pungente, uomini e cani percorrono, a notte fonda, bricchi e pendii, rocche e rittani delle Langhe e del Roero, lungo itinerari gelosamente riservati nella memoria.
Quasi un pellegrinaggio tracciato dall'esperienza tra pioppi e tigli, querce e salici: è la cerca del Tartufo Bianco d'Alba che, da settembre a dicembre scatena cani e trifolau in una gara avvincente e appassionante di cui si favoleggerà nelle osterie e nei mercati tutto l'inverno. Così da sempre.
E' il mondo del tartufo, con quelle atmosfere, leggende, fantasie che ne fanno uno dei luoghi più tipici e più visitati della cultura di questo vivace angolo del cuneese.
Ma il Tartufo bianco d'Alba è anche un'importante realtà economica e altrettanto antica è la sua presenza nei bilanci familiari di queste genti contadine.
Tant'è che già nel 1741 lo si definiva "frutto datto dalla provvidenza".
Del resto, in virtù delle proprietà uniche e universalmente riconsciute, abbinate alle lungimiranti intuizioni di celebri "pionieri" del commercio tartuficolo ed alle capacità imprenditoriali albesi, il Tuber Magnatum Pico ha innalzato Alba a indiscussa capitale mondiale del tartufo, a santuario della gastronomia internazionale.
Con evidenti riflessi nella valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti.
Il tartufo rappresenta insomma per Alba e per l'albese l'immagine promozionale più suggestiva ed esclusiva, il veicolo ormai collaudato per svariate iniziative economiche tendenti a far conoscere nel mondo una realtà vitivinicola, artigianale ed industriale che non deve temere confronti.
E, come tale, il tartufo va pertanto sostenuto in quella sfida economica che sempre più si combatte sul campo delle idee, dell'immagine.